Diversamente dagli utili realizzati sulle compravendite di azioni e/o di valute estere, tassate circa il 20%, la nuova imposta giapponese sugli utili derivanti dagli scambi di valute virtuali va dal 15 fino al 55%. In particolare, l’importo massimo si applica ai contribuenti il cui reddito annuo sia di almeno 40 milioni di yen, ovvero poco meno di 300.000 euro. Fino ad oggi è la scelta più drastica, più pesante, quella decisa dall’Amministrazione finanziaria di Tokyo in merito al trattamento tributario cui sottoporre gli eventuali profitti derivanti dagli scambi in criptovalute.

 

L’equivalente nipponico dell’Agenzia delle Entrate ha elaborato e diffuso un lungo documento che mette in chiaro la relazione tra il fisco e le criptovalute, ma che allo stesso tempo chiude ogni via di fuga o di compromesso al vasto e numeroso mondo di investitori giapponesi in monete digitali, all’incirca 1 milione, che a breve saranno obbligati a pagare un prezzo di fatto molto più elevato rispetto a chi investe in prodotti azionari o obbligazionari di tipo ordinario.

D’altra parte, è anche vero che nei due anni passati il mercato delle valute virtuali ha riservato non pochi problemi all’intero sistema finanziario giapponese, costretto ripetutamente ad intervenire per frenare o rallentare flussi continui di capitali indirizzati su determinate criptovalute per poi successivamente rivenderle e tornare a reindirizzarsi sui mercati comuni o in semplici stock di capitali liquidi. Un eccesso di centinaia di miliardi che hanno spesso messo a dura prova la tenuta e l’equilibrio del mercato interno.

In sostanza, il passaggio cruciale per l’avvio di una stretta fiscale senza precedenti, almeno per la storia giapponese, risale ad alcuni mesi fa, nel 2017, quando le Entrate nipponiche hanno optato per considerare le plusvalenze realizzate su queste particolari transazioni come una forma o tipologia di “reddito misto“.

Da questa definizione è disceso in via quasi automatica il principio in base al quale anche gli investitori in criptovalute sono ora tenuti a dichiarare i propri profitti nella rispettiva dichiarazione annuale dei redditi. Dunque, le dichiarazioni dei redditi 2018 offriranno la mappa finanziaria e fiscale definita che aiuterà a dettagliare l’entità effettiva della bitcoin-mania in Giappone, indicando il numero reale degli investitori coinvolti, il quantum investito in termini di risorse, le eventuali plus o minus-valenze e, per finire, il guadagno netto che il fenomeno può generare a vantaggio delle entrate pubbliche dello Stato.

Investire in azioni costa meno

La sorpresa più grande non è legata all’introduzione di una nuova forma di tassazione quanto piuttosto al livello di aliquota scelta, il cui punto più elevato tocca il 55%.

In pratica, diversamente dalle vincite realizzate sulle compravendite di azioni e/o di valute estere, che sono tassate circa il 20%, la nuova imposta giapponese sugli utili derivanti dagli scambi di valute virtuali va dal 15% fino al 55%. In particolare, l’importo massimo si applica ai contribuenti il cui reddito annuo sia di almeno 40 milioni di yen ($365.000), ovvero poco meno di 300.000 euro.

Il quadro generale

La scelta fiscale di Tokyo giunge all’interno di un’area geografica ed economica che vede alcune giurisdizioni, in primis Singapore, ancora prive di imposte o di forme alternative di tassazione sulle plusvalenze da investimenti a lungo termine in denaro virtuale, un vacuum fiscale che ha stimolato un nutrito gruppo di facoltosi investitori in criptovalute a lasciare il Giappone preferendo riorientare i propri investimenti su altri mercati, più tax-free, almeno per le criptovalute.

E comunque, è giusto rammentare come il Giappone non sia il solo a tassare il denaro digitale.

Negli Stati Uniti, come già detto, l’Internal Revenue Service ha oramai esplicitamente dichiarato che le criptovalute sono proprietà effettive, come l’oro o il patrimonio immobiliare, rendendo così le plusvalenze a lungo termine su di esse soggette a imposte, sebbene a tassi inferiori rispetto al Giappone.

Il potenziale guadagno: miliardi di entrate extra

Il potenziale di guadagno per il governo giapponese potrebbe essere significativo. L’Agenzia delle Entrate giapponese sta creando un database, a Tokyo e Osaka, mirato sugli investitori in criptovaluta, con una doppia finalità:

– estendere un controllo continuo sul trading di valute virtuali e, allo stesso tempo,

– monitorare il gettito stimato extra che deriverebbe dalla tassazione effettiva dei profitti eventuali.

Tutto questo è largamente giustificato dal fatto che il mercato del denaro digitale potrebbe realmente rappresentare una significativa fonte di entrate, con i prezzi delle criptovalute che negli ultimi 12 mesi hanno portato la capitalizzazione di mercato totale del settore in Giappone a circa 437,2 miliardi di dollari dai 18,2 miliardi di dollari registrati nel febbraio 2017.

Insomma, qualsiasi profitto in monete virtuali avrà comunque un prezzo per il fisco.

Come tassare le plusvalenze in valute virtuali

Proprio in vista della stagione delle dichiarazioni dei redditi annuali, l’Agenzia delle Entrate giapponese ha pubblicato indicazioni e chiarimenti specifici su come tassare i profitti derivanti dagli scambi e dalle vendite di criptovalute.

Il primo dilemma interessa tutti coloro che, da quest’anno, potrebbero essere obbligati a pagare le tasse sugli investimenti in valuta virtuale. In sostanza, se guadagni 200.000 yen (1.838 dollari circa) o più dal trading di criptovaluta, sei comunque tenuto a versare una determinata somma al fisco. Dunque, 1.838 dollari è il limite della no-tax area per gli investimenti in valute virtuali.

Qualora si superi questo tetto, i profitti sono considerati redditi vari o misti e quindi ricongiunti al reddito complessivo della persona. A questo punto scatta la progressività consueta.

Il reddito totale di un contribuente tipo è tassato a seconda dei sette scaglioni di appartenenza, definiti in base all’importo. La fascia più bassa, che copre quelli che guadagnano 1,95 milioni di yen (all’incirca 15.000 euro) o meno, è tassata al 5%. La fascia più alta, per coloro che guadagnano più di 40 milioni di yen (306.000 euro) è tassata al 45%. Il reddito può essere anche soggetto ad una ulteriore tassa di soggiorno del 10%. Dunque, in totale, l’aliquota massima è del 55%. Ed è questo, in definitiva, lo spetto o il ventaglio di aliquote con cui chi investe in valute digitali è tenuto a confrontarsi.

Autore: IPSOA – Wolters Kluwer